Oralità e poesia

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Allen Ginsberg al Festival  dei poeti di Castelporziano, 1979

Su Nazione Indiana è stato pubblicato un estratto dall’ultimo libro di Luigi Cinque, che si può intendere (l’estratto) come una critica del reading di poesia “microfono-e-leggio” ed insieme come una considerazione generale sull’oralità in ambito poetico. Argomento degno di nota, a un anno da Bob Dylan Nobel per la letteratura e in un periodo in cui il reading e lo slam sono visti, in alcuni contesti, come la rivoluzione copernicana che salverà la poesia.

Mi trovo d’accordo con Cinque quando dice:

Facciamo allora un po’ di chiarezza: l’oral poetry non ha niente a che fare con l’esercito dei poeti sordi, dei performer neostonati e postavanguardistici; non si collega alla nobile tradizione della poesia sonora europea; non è, come rischia di apparire, l’ennesima estrinsecazione del narciso celibe; non è una rivoluzione mirata a liberare il verso poetico dalla pagina angusta e librarlo nell’aere; non si tratta di mettersi davanti a un microfono e telefonare le proprie poesie leggendole con della musica di sottofondo.

Eppure la lettura ad alta voce è centrale in un genere letterario che fa della natura plastica del suono il motore della propria significazione. Quando parliamo di poesia la locuzione verba volant, scripta manent è da intendere alla rovescia: lo scritto è lì, statico; la parola lo fa volare, lo fa muovere e funzionare. Dov’è allora che si traccia la linea tra poesia recitata ad alta voce e la “poesia telefonata”? Nella situazione dello spettacolo? Nella qualità della poesia?

Cinque spera nell’abbandono non solo del foglio di carta, ma dell’immanente, della stessa memoria poetica. Non dire poesie come se fossero fatti ma indicare, insomma, veicolare con sfumature di significato e strategie ritmiche un messaggio che si appoggia al piano dell’espressione (o significante). Un atto comunicativo diverso rispetto al reading, simile semmai a quello degli sciamani e dei cantastorie.

A proposito di sciamani, qualcosa di molto interessante a riguardo è stata detta da Carlo Severi sul popolo dei Kuna del Centroamerica: Durante il parto, lo sciamano Kuna canta alla partoriente, per alleviare le sue sofferenze. La lingua dello sciamano, però, non è la lingua comune ma una variante aulica che lei non conosce; la donna però proietta nel canto la propria condizione producendo un significato: “Qualche parola viene però colta dalla donna, visto che le due lingue hanno delle convergenze, e in più la situazione magico-terapeutica le è familiare […] l’azione rituale dello sciamano si comporta nei confronti della donna un po’ come una macchia di Rorscharch, a cui è possibile attribuire una nebulosa di significati (ma non qualsiasi significato).”1

É questo per Cinque il ruolo di una reinventata, “buona” oral poetry: fascinare con musiche verbali, gesti e significati evocati più che comunicati:

Le parole devono mantenere certamente un senso percepibile che si dissolve in altro, in una sorta di Identità Selvaggia, proprio nel momento in cui si pronunciano. Tutto questo non ha niente a che fare con l’idea, spesso sentimentale, che abbiamo di poesia. La poesia orale è suono. Suono che magicamente non esprime ma lascia sparire il poeta o, in certi casi (pochissimi) l’attore-medium che coscientemente fa risuonare versi di altri.

Ma si può davvero ripensare un’Identità Selvaggia, oggi, in occidente, oppure rischiamo di chiamare così semplicemente i canoni di una buona performance?

L’oralità è al centro della poesia, ma la poesia non è solo oralità, almeno per quelle società che gli antropologi culturali chiamano “a oralità ristretta”. La scrittura, come afferma Jack Goody,2 ha addomesticato il pensiero, l’ha plasmato a sua immagine e somiglianza più o meno letteralmente: una volta pensata la parola è già scritta, perché visualizzata alfabeticamente.

Al di là delle categorie nelle quali inserire la parola poetica, non credo che potremo liberarci della parola scritta, implicitamente legata a ogni performance, come lo spartito non scritto di un’improvvisazione. Ma perché dovremmo? La poesia a me sembra più bella se vista come l’unico genere letterario che riesce ad essere estremamente visivo ed estremamente orale: cosa contraddittoria e complessa, un po’ come quello che cerca di spiegare. Le parole che Fabio Donalisio ha scritto per la sua intervista qui sul blog sicuramente centrano meglio questo punto: “Scrivo parole (relativamente poche) su uno spazio bianco; frammenti che hanno relazioni tra loro e con il loro spazio. Questo si sente – si deve sentire – a maggior ragione nella lettura ad alta voce. Luogo naturale della poesia, il primo. Che non è, se non in senso estremamente lato, performance. Il carattere tipografico è prosecuzione del suono con altri mezzi. In mezzo, il mistero della forma.” 

[1] Daniele Barbieri, “Da Sant’Ambrogio al rap: la parola collettiva, l’immersione, il ritmo”, in “Parole nell’Aria: Sincretismi fra musica e altri linguaggi“, ETS, Maria Pia Pozzato, Luciano Spaziante (a cura di), p. 37

[2] cfr. L’addomesticamento del pensiero selvaggio (1997)

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