Intervista a Fabio Donalisio

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Poesie sui muri. Foto da Vvox.

Fabio Donalisio è soprattutto poeta, ma anche articolista e editore (di Nervi Edizioni abbiamo già scritto qui). In questa intervista ci parla del suo punto di vista su poesia, editoria e lettura.

Oggi le poesie sono un po’ dappertutto: fogli attaccati ai muri, social, migliaia di libri di selfpublishing. Fino a che punto pensi che il supporto fisico cambi l’esperienza della lettura poetica? In che modo?

Banalmente, il supporto partecipa alla fruizione dell’esperienza estetica. Vale per la musica, per esempio. Tutto un modo di pensare la musica è mutato con la digitalizzazione, non è solo questione di mercato, o di comportamenti quotidiani. L’idea di ascolto di un set di canzoni disposto in un certo modo, con una certa durata, una serie di legami e di riferimenti allo spazio sonoro esterno (senza necessariamente pensare al concept-album) è quasi scomparsa – già il tasto “skip” del lettore cd aveva fatto un passo in questa direzione. Diciamo che, come spesso accade con la tecnologia, una piccola comodità apre delle voragini. Non necessariamente negative, ma profonde. Poi ci sono i nostalgici, certo. Magari semplicemente un po’ più vecchi di tempi che invecchiano (o ringiovaniscono) sempre più in fretta. Tornando a noi, sicuramente il mezzo (che è anche il messaggio e anche di più) influisce sull’esperire della poesia. Tutto è lecito. Ma facciamo attenzione a come chiamiamo le cose. La parola “poesia” ormai è un contenitore che semanticamente corrisponde solo grossomodo a non-narrazione e/o non-prosa e/o non/saggio. Ma slam e improvvisazione orale, poesia da bacheca o in multiproprietà, canzone, muro, sfogo sono cose diverse tra loro e nessuna di loro è libro. Puoi chiamare tutto poesia, è lecito. Ma cui prodest? A fare in modo che si democratizzi lo status di poeta (che, peraltro, è – giustamente – quello di un’assenza portavoce di un nulla)? La parola ha la sua autonomia – l’ultimo a cui appartiene è lo scrittore – e lo spazio che ha intorno è la condizione della sua esistenza/leggibilità/udibilità. Scrivo parole (relativamente poche) su uno spazio bianco; frammenti che hanno relazioni tra loro e con il loro spazio. Questo si sente – si deve sentire – a maggior ragione nella lettura ad alta voce. Luogo naturale della poesia, il primo. Che non è, se non in senso estremamente lato, performance. Il carattere tipografico è prosecuzione del suono con altri mezzi. In mezzo, il mistero della forma.

Sia da poeta che da editore, hai sempre lavorato con case editrici piccole, che sono gran parte dell’editoria poetica in Italia. Pensi che la poesia sia più legata a certe realtà piuttosto che a grandi editori per sua natura o per una questione di pubblico? E i pochi grandi editori che investono su una collana di poesia hanno delle responsabilità verso la qualità della letteratura poetica contemporanea?

Che dire? La prima questione è tanto macroscopica quanto patente. Bassi o bassissimi numeri di vendite innescano disinteresse da parte dell’editore, smobilitazione delle collane, indebolimento della ricerca, e quindi proposte di retroguardia che allontanano ulteriormente i lettori. Un tipico circolo vizioso. Che non vale solo per la poesia, assolutamente. Fa parte del modo in cui esiste una casa editrice in quanto entità con personalità giuridica a scopo di lucro. E anche questo, riallacciandoci al discorso di prima, è “supporto” del testo. Non vedo alcuna incompatibilità ontologica tra i concetti di “grande editore” e “poesia”. Anzi, si contribuirebbe a creare un pubblico “vero”, “esterno”, non composto per lo più da lettori-poeti, lettori-che-vorrebbero-essere-riconosciuti-poeti, lettori-critici-di-poeti e lettori-curatori-di-collane-di-poeti, come di fatto è ora quasi totalmente. Ci sarebbe un filtro vero (primo compito culturale di ogni editore) e proposte più selezionate e più lette. Mancando questo, si può solo operare nel piccolo, o microscopico. Che non sempre è sinonimo di bello. A fianco di microeditori lucidissimi, battaglieri e quasi eroici (fino all’autoproduzione totale), c’è un mare-marasma magnum di dilettanti, tipografi a pagamento, etc etc. L’editore, piccolo o grande che sia, ha sempre la responsabilità della qualità. È il soggetto che ha l’onere e l’onore della scelta. Se rifiuta di scegliere – perché si chiama fuori con la scusa del mercato, o al contrario pubblica indiscriminatamente senza rischio di mercato – viene meno alla sua ragione di esistenza, con immediata ripercussione sulla qualità della poesia che può essere letta. L’autore è responsabile della necessità delle cose che afferma di voler dire, nonché, forse, del suo talento. Ma né la necessità né il talento di per sé fanno il libro. Per quello ci va l’editore.

“In Italia non si legge poesia”. É davvero un dato di fatto o un luogo comune? c’è bisogno di un’opera di divulgazione del genere ad un pubblico più vasto?

I numeri “ufficiali” sono bassi (vedi sopra). Una sorte di pregiudizio “culturale” credo ci sia. Come per tanti altri ruoli “intellettuali” e “istruiti” – l’insegnante per citare il più macroscopico – si è persa la riconoscibilità sociale con conseguente crisi d’identità degli autori prima e dei lettori dopo. Lettori che dicono “io la poesia non la capisco”, misto di pigrizia e senso di emarginazione da una modalità della parola che è stata, storicamente, tra le più comunicative, anche in contesti di analfabetismo pressoché totale.

Per quello che riguarda la “divulgazione”, anche qui tocca intenderci. Se intendiamo l’approssimazione al cabaret, come si è detto sopra cambiamo campo da gioco. Si fanno i numeri, si fa pubblico. Ma non parliamo di poesia e non avviciniamo nessuno alla poesia. Se intendiamo creazione social e (self)social-marketing del personaggio (a volte da parte di autori validi, che peccano di bulimia per ragioni extra-poetiche, abbassando il livello potenziale della loro proposta), idem. Se parliamo di slam, o improvvisazione, creiamo circuiti di grande respiro, molto fidelizzati a volte, con vette di fanatismo. Ma, temo, ancora una volta idem. La poesia si deve avere il coraggio di proporla per quello che è: letteratura che può essere facile o difficile; che, come qualunque altra forma di letteratura, può essere bella o brutta, può piacere più o meno; che ha peculiarità di forma e di linguaggio che possono richiedere – come tutta la buona letteratura – sforzo da parte del lettore e ricambiare con gratificazione e apertura di orizzonti inediti. Indubbio è che la ghettizzazione e autoghettizzazione abbiano creato anche circuiti autoreferenziali respingenti verso l’esterno, forme di radicalizzazione elitista e tutte le forme – a volte giustificate – della frustrazione. E anche questo non giova. La coperta è sempre corta, e certo sia chi scrive sia chi legge poesia ha parti di responsabilità se il linguaggio poetico viene correntemente definito afasico. Ciò detto, esiste grande poesia oggi – poca, come sempre è stato e sarà – che è in grado di dire cose che aspettano di essere lette. E lettori capaci di essere all’altezza della letteratura – che deve dal suo canto meritarseli senza sconti.

Oltre a essere poeta Fabio Donalisio insegna e scrive di letteratura su Blow Up, Il manifesto, Rolling Stone e Pulp. Il suo ultimo libro di poesia si chiama Ambienti Saturi, pubblicato per Amos Edizioni nel 2017.

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2 pensieri riguardo “Intervista a Fabio Donalisio

  1. “Ma, temo, ancora una volta idem. La poesia si deve avere il coraggio di proporla per quello che è: letteratura che può essere facile o difficile; che, come qualunque altra forma di letteratura, può essere bella o brutta, può piacere più o meno; che ha peculiarità di forma e di linguaggio che possono richiedere – come tutta la buona letteratura – sforzo da parte del lettore e ricambiare con gratificazione e apertura di orizzonti inediti.”
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