Poesia e visualità in nuce

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Il Calligramma più grande del mondo, Museu Valencià d’Etnologia, Valencia.

La poesia ha una forte componente visiva. Proprio l’aspetto visivo del testo infatti ci permette di capire che non abbiamo a che fare con un’opera in prosa: la disposizione verticale dei versi impone una certa cadenza, un certo stile di lettura e delle competenze che ci permettono di contestualizzare quello che stiamo leggendo.

Forse proprio per questo aspetto della sua natura, per tutta la storia del pensiero occidentale la poesia ha avuto il privilegio di essere considerata il punto di incontro tra arti figurative e scrittura. Nell’antichità le technopaegnia di Simia di Rodi (IV secolo a. C.) e i carmina figurata dei medievali Optaziano Porfirio e Rabano Mauro ne sono esempi spesso ricorrenti.

Nella modernità, la nascita della poesia visuale si fa risalire alla famosissima Un coup de dès di Mallarmé. Mallarmé gioca con la pagina, con i limiti del foglio sempre più canonizzati da quattro secoli di stampa, e aggiunge una componente plastica al piano dell’espressione. Questa poesia è considerata il punto di partenza di tutte le sperimentazioni che hanno poi avuto luogo nel ‘900.

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Pagina manoscritta di Un coup de dés jamais n’abolira le hasard, Stéphane Mallarmé,1897

I futuristi e le tavole parolibere danno il via alla «rivoluzione tipografica» (Marinetti in Distribuzione della sintassi, immaginazione senza fili e parole in libertà, 1913) che porterà poi alle avanguardie degli anni successivi. Ma è sbagliato assumere che le mots en libertè siano l’unico modello per la scrittura verbo-visiva del primo novecento. Un  esempio le lettere umanizzate di Cangiullo danno rilievo al piano figurativo della composizione. 

Negli stessi anni inoltre Apollinare pubblicava i suoi Calligrammes, percorrendo strade parallele a quelle dei futuristi italiani. In Russia poi, già dal 1912 poeti come Krucënych e Majakovskij sperimentano con tipografia e litografia.

Sintetizzando (e banalizzando, sia chiaro), le avanguardie del secondo novecento si distinguono per la ricerca di un nuovo linguaggio sincretico, una lingua terza tra scrittura e visivo.

Riassumere qui le centinaia di esperienze e sperimentazioni che si sono succedute dagli anni ‘50 in poi in questo campo è difficile. Solo in Italia si pensi a Ugo Carrega, Luciano Ori, Lamberto Pignotti e a tutto il Gruppo ‘70. All’estero poi nello stesso arco di tempo si sviluppano, ad esempio, la poesia concreta del gruppo brasiliano Noigrandes, il gruppo Fluxus nordamericano e i movimenti di riforma poetica inglesi.

Spero che questo breve post introduttivo inauguri una serie di articoli con i quali approfondire in maniera più dettagliata ognuna delle mille esperienze di poesia e scrittura verbo-visiva. Intanto consiglio l’archivio online di Maurizio Spatola, fondamentale per i meravigliosi contributi al suo interno su poesia concreta e poesia visuale.

Molte delle informazioni di questo articolo sono ricavate da La Scrittura verbo-visiva, di Lamberto Pignotti e Stefania Stefanelli, Volume 11 di L’Espresso Strumenti, 1980. Tutte le immagini sopra, se non quando espressamente dichiarato, sono state scaricate da Wikimedia Commons.

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