Significare e indicare nel linguaggio poetico

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In Parlare senza Parole. Logos e tao François Jullien ci mostra come il doppio nodo che unisce il dire qualcosa al significare qualcosa non sia così naturale come può sembrarci.

Il principio di non contraddizione, caposaldo del pensiero occidentale, non è indispensabile al linguaggio, che oltre al significare cela un taciuto indicare, un non-dire alieno all’uso quotidiano che ne facciamo. L’alternativa è il modo di relazionarsi alla parola proprio della cultura cinese, che Jullien mette in relazione alla nostra dalla sua prospettiva privilegiata di sinologo ed ellenista insieme. Ma in occidente? Questo aspetto della parola è affidato all’arte e in maniera particolare alla poesia.

[…] di fronte al logos determinante e discriminante della scienza, la parola poetica dà finalmente voce alla sua repressione. Perché l’una e l’altra lavorano chiaramente in senso opposto – «la scienza rassicura», «l’arte inquieta» (Braque) -, e la poesia è diventata, a tutti gli effetti, l’arte di generare inquietudine all’interno del linguaggio e nel confronto con esso. Rimane il fatto che oramai nella nostra società essa non occupa altro che un ruolo marginale, superfluo.

Questo concetto ci torna utile per trovare una discriminante tra il linguaggio poetico e quello prosaico: la prosa dice, la poesia evoca. Per evocare si intende disarticolare la parola dal suo significato “logico” e creare nel lettore l’effetto di un’esperienza sensibile, attraverso figure retoriche e connessioni che bisogna ricercare e ritrovare durante la fruizione del testo.

Ad esempio, per comunicare una propria esperienza, un soldato al fronte potrebbe raccogliere i suoi pensieri in un diario e raccontare in maniera molto dettagliata un momento in cui ha sentito dentro sé un indefinito senso di grandezza cosmica; oppure potrebbe scrivere:

M’illumino

d’immenso

e non solo descrivere ma indicare una sfumatura inenarrabile della sua esperienza.

Insomma, una poesia non va solo “capita”, e per quanto ci siano senza dubbio delle poesie narrative, la funzione primaria che le distingue da una prosa è la loro non possibile riduzione “ad unum”: una poesia non si può riassumere, non si può cambiare una parte del suo testo senza che tutto resto del componimento ne risulti compromesso.

Questo modo di intendere la comunicazione però non è propria della poesia e interessa, fatte le dovute differenze, aspetti della nostra vita quotidiana ai quali di solito non facciamo caso. Non a caso l’esempio che utilizza Jakobson per analizzare la funzione poetica del linguaggio è lo slogan politico utilizzato da Eisenhower durante la sua campagna elettorale del ‘52.

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I like Ike!

Ma tornando all’esperienza, al “far sentire” del linguaggio poetico opposto alla descrittività della prosa, ci si rende conto di come già da un paio di decenni il marketing mainstream utilizzi degli espedienti che puntano non alla descrizione qualitativa del prodotto ma alla comunicazione di sensazioni legate ad esso. É il mondo del Branding sensoriale e dell’Experiential marketing, in cui la contaminazione sensoriale è utilizzata per evocare e manipolare in maniera efficace, senza descrivere ma evocando, senza per forza dire qualcosa.

Ad esempio, prendiamo in considerazione questa pubblicità della birra Corona:

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Al brand si associa, tramite gli elementi plastici (colori, posizione delle bottiglie) e figurativi (palme, spiaggia, cielo terso) del cartellone pubblicitario, un significato legato all’esperienza dei sensi: rilassamento, tranquillità eccetera. Il cartellone non ci dice “bevi questa birra e ti rilasserai”, ci indica un aspetto esperienziale della vita.

Anche se visivo, questo tipo di linguaggio è molto simile a quello poetico, che funziona grazie all’accostamento di immagini e di idee. Il linguaggio poetico è un linguaggio forte, molto più di quello logico-causale, proprio perché giunge a noi senza bisogno di inferenze e di una “lettura partecipata”. Non sorprende che in un periodo in cui si parla di crisi della poesia, i suoi meccanismi comunicativi siano in realtà dappertutto.

Questo articolo racchiude alcune considerazioni nate a seguito di un incontro con Daniele Barbieri per il corso di Semiotica e Letteratura dell’Università di Bologna. Barbieri è un semiologo, docente e poeta e “Guardare e leggere” è il sito da lui curato. Ha anche un blog incentrato interamente sulle sue poesie. Su Nazione Indiana invece trovate un suo articolo su François Jullien e la poesia.

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